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22-12-2004

attualità

I rapporti tra frode processuale e truffa

Carmen Mancini*

Mentre la giurisprudenza nega quasi unanimemente l'ammissibilità della truffa processuale, in dottrina vi è una netta divisione al riguardo. Per la tesi negativa si schiera, ad esempio, il Manzini, a parere del quale il legislatore, con la limitata incriminazione di cui all'art. 374 c.p., ha chiaramente manifestato la sua volontà di non incriminare tutte le altre possibili frodi processuali.
Nè appare possibile far leva sulla clausola di riserva dell'art. 374 c.p., secondo la quale si applica il reato di frode processuali "qualora il fatto non sia preveduto da una particolare disposizione di legge", in quanto tale riserva riguarda il caso in cui il fatto stesso sia previsto specificamente dalla legge nei suoi elementi caratteristici, mentre il reato di truffa costituisce un titolo generico che non ha alcuna particolare relazione con la frode processuale.
Secondo Fiandaca-Musco, nella struttura della truffa processuale manca un elemento essenziale della truffa comune, e segnatamente l'atto di disposizione patrimoniale da parte del giudice: infatti, l'organo giudicante può decidere negativamente sul patrimonio di una delle parti non mediante un atto di disposizione, bensì esercitando il potere pubblicistico connesso all'attività della giurisdizione.
Con il riconoscimento dell'ammissibilità della truffa processuale, si dovrebbe ritenere che una condotta fraudolenta tesa ad inquinare la vicenda processuale sarebbe perseguibile solo in quanto ritenuta lesiva del patrimonio privato, ma tale soluzione risulterebbe estranea allo spirito e alla logica del codice Rocco, nel quale l'interesse privato è subordinato all'interesse pubblico, di modo che, nel caso di inganno del giudice, la frode diretta agli interessi patrimoniali della parte resta assorbita dall'attentato alla funzione giurisdizionale.
Altra parte della dottrina è favorevole all'ammissibilità di tale figura: ad esempio, l'Antolisei sostiene che il nostro codice non esige che sia ingannato proprio il soggetto passivo della truffa, potendo l'inganno cadere su un'altra persona che sia autorizzata a compiere l'atto di disposizione patrimoniale ed il giudice detiene indubbiamente questo potere.
Contro questa tesi non varrebbe invocare l'art. 374 c.p., in quanto tale norma non esclude l'applicabilità della norma generale sulla truffa, sia perchè riguarda solo casi speciali sia perchè colpisce anche frodi che non rientrano nell'ambito di quel reato, giacchè non sono dirette ad ottenere dal giudice una disposizione patrimoniale, ma provvedimenti favorevoli a determinate persone.
Sostanzialmente d'accordo è il Mantovani, secondo cui a favore della tesi opposta non può invocarsi il fatto che il giudice, in quanto portatore di un potere giurisdizionale eminentemente pubblicistico, non potrebbe compiere l'atto di disposizione patrimoniale, non potendosi negare che l'esercizio di tale potere possa in concreto sfociare in atti di disposizione del patrimonio delle parti.
Tuttavia, per dirla col Manzini, non si deve confondere la truffa processuale con quei casi in cui gli artifici e raggiri precedono il processo, sicchè questo si presenti come un epilogo dell'attività fraudolenta: qui l'inganno del giudice costituisce un elemento irrilevante, dato l'anteriore inganno extraprocessuale e dunque non vi sono ostacoli alla configurabilità della truffa.
In giurisprudenza, come si è accennato, predomina l'orientamento negativo in ordine alla configurabilità della truffa processuale.
Secondo la Cassazione, la c.d. truffa processuale, consistente nel fatto di chi, inducendo in errore il giudice in un processo civile mediante artifici o raggiri, ottenga una decisione favorevole e dunque un ingiusto profitto in danno della controparte, non integra il reato di truffa; infatti, in tal caso viene a mancare l'atto di disposizione patrimoniale da parte di colui che viene ingannato, poichè il giudice non esercita un potere di disposizione riguardo al patrimonio delle parti, ma un potere giurisdizionale avente carattere eminentemente pubblicistico; difatti, anche nel caso di distinzione tra soggetto ingannato e soggetto danneggiato, è necessario che il primo si ponga in una prospettiva di gestione degli interessi patrimoniali del secondo: invero, solo se l'ingannato ha la libera disposizione del patrimonio del danneggiato, assume la posizione di quest'ultimo, di guisa che l'induzione in errore determina il danno non in forza di un generico rapporto di interferenza, ma solo se incide sulla libertà del consenso nei negozi patrimoniali.
La Suprema Corte, con sent. n. 3135/2002, ha ribadito che non rientrano nel paradigma della truffa gli artifizi o raggiri volti ad ingannare il giudice onde ottenere da lui una pronuncia favorevole, operando in siffatta materia solo le norme penali che puniscono i casi di frode processuale, nè rilevando in contrario il fatto che l'art. 374 c.p., che prevede appunto, in particolare, il reato di frode processuale, faccia salva l'ipotesi che il fatto "sia preveduto da una particolare disposizione di legge". Tale riserva, infatti, riguarda solo l'ipotesi che il fatto medesimo sia specificamente preveduto dalla legge nei suoi elementi caratteristici, mentre il reato di truffa costituisce un titolo generico che non ha alcuna particolare relazione con la frode processuale.
Parimenti la Cassazione aveva già affermato, con sent. n. 37409/2001, che non integra il reato di frode processuale la produzione di falsa documentazione a sostegno di un ricorso al prefetto avverso l'ordinanza ingiunzione di pagamento di una sanzione amministrativa per la violazione delle norme sulle circolazione stradale giacchè tale reato richiede per la sua configurazione che il fatto sia compiuto al fine di trarre in inganno il giudice in un atto di ispezione o di esperimento giudiziale ovvero il perito nell'esecuzione di una perizia.
Ed ancora la Corte, con sent. n¡ 1531/1999, aveva puntualizzato che, a differenza della frode processuale che, quale reato di mera azione e di pericolo, si perfeziona con il semplice compimento dell'azione vietata (l'artificiosa immutazione della cosa, senza che sia necessario attendere il verificarsi di un evento, causalmente connesso con la condotta medesima), la falsa perizia è reato di evento, nel senso che la fattispecie incriminatrice tipicizza un evento esteriore con risultato concettualmente e fenomenicamente separabile dall'azione e a questa legata in base a un nesso di causalità ( era questa una fattispecie in cui la Corte ha ritenuto corretta la qualificazione ex art. 373 c.p. del comportamento di un imputato che aveva indotto in errore il perito nominato dal tribunale del riesame per l'accertamento del suo stato di salute, facendogli pervenire la certificazione relativa ad una grave patologia tumorale riferentesi a persona diversa, certificazione assunta a base della relazione peritale che aveva determinato l'immediata scarcerazione dell'imputato).
In senso contrario all'orientamento dominante, vi sono altre decisioni della Cassazione, sebbene più risalenti: con sent. n. 212266/1998, ha affermato che poichè la struttura del delitto di truffa non postula l'identità tra la persona offesa dal reato e quella indotta in errore e, quindi, il reato sussisterebbe pur in assenza di tale identità, sempre che gli effetti dell'inganno e della condotta dell'ingannato si riversino sul patrimonio del danneggiato, non potrebbe escludersi, in via di ipotesi, la configurabilità della truffa nel caso in cui sia il giudice il soggetto ingannatocdall'attività fraudolenta precostituita da una parte, avendo egli il potere di incidere pregiudizievolmente con un suo provvedimento sul patrimonio della parte contraria.
Ed invero i reati specifici riguardanti la frode nel giudizio di cui all'art. 374 c.p. non esaurirebbero le ipotesi criminose possibili nel caso di condotte fraudolente, che ben potrebbero rientrare nella più ampia previsione dell'art.640 c.p..
*avvocato


num. 241 - pag. 30
 

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