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19-12-2007

Fulvio Croce: un eroe dell'avvocatura italiana

Francesco Barra Caracciolo *

Quando Franzo Grande Stevens mi inviò la videocassetta che vedrete stasera l'accompagnò con un breve messaggio: "conoscendoti so che quando vedrai il filmato, ti emozionerai e Ti impegnerai perchè anche Napoli celebri la memoria di Fulvio". E' andata proprio così e quando iniziai a programmare questa iniziativa mi accorsi che tutti i Colleghi più giovani mi chiedevano chi fosse mai Fulvio Croce. Mi confermai, allora, in un mio radicato convincimento e cioè che è compito inderogabile di ciascuno di noi far rispettare la memoria che è il valore fondante di ogni civiltà. Pertanto con l'Ordine degli Avvocati di Napoli ho promosso questa serata della memoria che è storica, giuridica ma soprattutto umana perchè si tratta del trentennio dalla morte di un grande eroe civile e dell'Avvocatura italiana. A chi mi chiede come era l'avv. Fulvio Croce rispondo che era un uomo semplice e solido come lo è la gente da cui proveniva, la gente del Canavese. Partecipò all'impresa fiumana a 17 anni rivelando la forza della sua passione che fu sempre temperata da una solida razionalità. Approdò alla Facoltà di Giurisprudenza di Torino ove si laureò col massimo dei voti e fece pratica in uno Studio serio e sobrio come era lui. Finito il tirocinio si mise in proprio e iniziò la sua avventura professionale. Era un avvocato civilista e i Colleghi lo ricordano con il mezzo toscano tra le labbra e l'inseparabile macchina da scrivere con la quale, dopo aver a lungo meditato la strategia difensiva, redigeva personalmente la citazione e la comparsa. Nella Torino della grande industria Fulvio Croce era ancora un avvocato artigiano, così come lo siamo noi, avvocati meridionali. Nel 1968 Croce organizzò la cordata di avvocati che avrebbe vinto le elezioni forensi e lo avrebbe eletto Presidente. I Colleghi gli volevano bene, tanto che dopo otto anni era ancora il loro Presidente. Fulvio amava scherzare per stemperare i problemi che la carica gli poneva. Grande Stevens mi ha raccontato che una volta ricevette una telefonata da Fulvio che gli chiedeva lumi su una questione giuridica molto complessa. Croce esordì dicendo: "Caro Franzo tu che sei un avvocato". Stevens lo interruppe con una risata per quella che riteneva un garbato sfottò ma Croce, pronto, gli rispose che se avesse voluto prenderlo in giro gli avrebbe detto "Franzo tu che fai l'avvocato". Nel 1976 alla Corte di Assise di Torino si celebrava il processo ai brigatisti del c.d. nucleo storico. I quali, di storico, avevano solo la follia unita alla mancanza di ogni briciolo di umanità. I brigatisti decisero di sabotare il processo: revocarono il mandato ai loro difensori di fiducia e minacciarono i difensori di ufficio. Croce allora li scelse tra i Consiglieri dell'Ordine e tra essi v'era Grande Stevens che fu delegato alla difesa di Renato Curcio. L'incontro tra i due si svolse in carcere e durò un'ora. Grande Stevens (lo scrive in un bel libro della Cedam intitolato "Vita d'avvocato") ci dice che Curcio fu freddissimo e "dimostrò buone letture anche in campo giuridico". Il suo avvocato cercò di convincerlo ad accettare una difesa solo tecnica cioè volta al mero controllo del rispetto delle regole processuali. Curcio lo interruppe chiedendogli provocatoriamente "Voi siete brigatisti?" Ed alla ovvia risposta replicò "Allora siete contro di noi perchè noi contestiamo il sistema nel quale si inserisce la Vostra difesa tecnica". Curcio chiuse il colloquio in modo secco e minaccioso: non vi consentiamo di assumere la nostra difesa altrimenti, disse testualmente, "noi dovremo assumerci le nostre responsabilità": frase che nel delirante e burocratico linguaggio dei brigatisti voleva dire una sola cosa: morte! I brigatisti fecero poi sapere che al massimo accettavano che i Consiglieri dell'Ordine assistessero al processo assumendo solo formalmente la difesa ma senza svolgere alcuna attività difensiva. Testimoni muti, li volevano, per trasformare il processo in un simulacro. Ciò ledeva la dignità del ruolo sacro dell'Avvocato anche se il Collegio giudicante fece sapere che a loro poteva anche andare bene, pur di fare il processo. Talvolta —anche se di rado- capita che i magistrati pensino che non sia del tutto necessario il ruolo dell'Avvocato. Non così l'Ordine torinese.
Fu allora che d'intesa con Croce, Grande Stevens illustrò alla Corte, il 7/6/1976, l'eccezione di costituzionalità della norma che impone la obbligatorietà della difesa tecnica anche per l'imputato politico. Grande invocò la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo che consente all'imputato politico l'autodifesa (perchè è proprio dei regimi autoritari, come era la Russia comunista o la Spagna franchista, l'obbligatorietà del difensore d'ufficio). Grande Stevens tentò di dimostrare che quello alla difesa è un diritto ma non un obbligo. I brigatisti erano soddisfatti ed anzi, una di essi, molto anziana e conosciuta con il soprannome di nonna Mao, tentò anche di abbracciarlo. Croce in quel caos non rinunciò al suo abituale umorismo e urlò a Grande Stevens: "bravo, hai fatto una conquista"! Il giorno dopo i criminali delle Brigate Rosse uccisero il Procuratore Generale di Genova Coco con la sua scorta e Prospero Gallinari dietro le sbarre rivendicò la paternità della strage. Purtroppo la Corte d'Assise —forse sotto la spinta emotiva dell'omicidio Coco- ritenne manifestamente infondata l'eccezione di incostituzionalità. Fu così che il povero Fulvio Croce assunse, perchè nominato dal Presidente del Tribunale, la veste di difensore d'ufficio dei brigatisti. Non fece nulla per evitarlo. Nulla. Eppure gli sarebbe risultato facile. Chiese i termini a difesa e da civilista diligente, prese a studiare con cura il processo. Cinque giorni prima della data fissata per l'udienza, nell'androne del suo palazzo, alle 15,00, mentre tornava dalla sua adorata moglie si sentì chiamato con il suo nobile titolo, l'unico che aveva e riconosceva: "Avvocato". Si voltò e un colpo di pistola pose fine alla sua nobile e semplice esistenza. Ma altri avvocati coraggiosi come lui presero il suo posto, il processo fu celebrato e i criminali delle B.R. capirono che l'Avvocatura è il simbolo più alto della libertà del cittadino. L'Avvocato non ha paura perchè ha un'altissima missione da compiere. E' sempre stato così. Due secoli prima all'avv. Maleserbès fu chiesto di difendere il re Luigi XVI innanzi alla Convenzione della Rivoluzione francese autoproclamatasi in Corte Suprema. L'avv. Maleserbès sapeva che se la sua difesa fosse stata sostanziale e non solo formale avrebbe corso seri rischi nella Parigi stregata dalla oratoria di Danton e poi dalla follia di Robespierre. Il nostro Collega Maleserbès non solo accettò l'incarico ma svolse la sua difesa in modo completo e ineccepibile. Luigi XVI fu ghigliottinato e poco dopo, nell'aprile del 1794, lo fu anche lui. Onore, dunque, anche alla sua memoria.
Devo dirvi che quello del diritto all'autodifesa degli imputati politici è un tema che mi affascina.
La linea scelta dagli assassini delle B.R. era quella conosciuta dagli storici del diritto processuale come "processo di rottura" cioè la contestazione della "potestas iudicandi" da parte dell'imputato politico. Il processo di "rottura" ha numerosi e autorevoli precedenti che meritano riflessione. Devo dire che in nessun caso gli imputati politici si sono trasformati nei mandanti dell'omicidio dei loro avvocati. Ricordo un comunista ben più serio e dignitoso dei brigatisti, l'ungherese Rakosi messo sotto processo dai magistrati del regime del reggente Horty li ricusò politicamente con la celebre frase: "Chi siete? Cosa rappresentate? Qual è la vostra ragione di esistere?". Era il 1925. Ed ancora: al processo alla Prima Internazionale, nel 1868, Varlin dichiarava alla Corte: "Davanti ai principi, noi rappresentiamo due partiti". E Babuef, socialista umanitario, dalla prigione esigeva che il Direttorio trattasse con lui "da potenza a potenza". Nel film "Passaggio in India" del grande David Lean assistiamo al processo all'indipendentista indiano che era difeso da due avvocati: uno abbandonò platealmente la difesa denunciando che si trattava di un processo farsa; l'altro proseguì assicurando il rispetto delle regole inglesi. Invece i combattenti algerini della guerra di liberazione trasformano l'aula di giustizia in un campo di battaglia per denunziare le torture che subivano ad opera dei paras di De Gaulle. Gli algerini facevano politica ma scelsero lo strumento dello sciopero della fame simultaneo e non l'omicidio degli avvocati. Va anche ricordato l'avv. FrankbŸler, difensore del nazista Dšenitz al processo di Norimberga. Scrisse che i giudici e gli accusatori erano espressione dei vincitori e perciò non consentivano alla difesa l'accesso agli archivi ove erano conservati documenti che forse potevano servire alla difesa. Ritengo che il processo di Norimberga fu un processo falsato anche perchè celebrato in virtù di una legge del diritto internazionale che era successiva ai fatti contestati! Nessun nazista (ed erano tanti che circolavano per il mondo liberi e impuniti e protetti) ha mai vendicato i loro "camerati" uccidendo un giudice o un avvocato. Dunque l'omicidio dei criminali delle B.R. è un unicum che li relega al ruolo di autentici delinquenti. Ecco perchè mi indigno quando li vedo oggi coccolati da televisioni e case editrici: pagati profumatamente per raccontarsi e celebrarsi senza mai manifestare vergogna e orrore per i loro crimini.
Volevo invitare gli eredi dell'avv. Croce. Ma ho saputo che Fulvio non aveva nè figli nè nipoti e che la moglie, rimasta sola, morì dilaniata da un dolore che non ha conosciuto lenimenti.
Renato Curcio invece è oggi un imprenditore, ha una casa editrice ed ogni anno è invitato a Galassia Gutenberg perchè ha pagato i conti con la giustizia. Ma si tratta di una giustizia con la "g" molto minuscola: lo Stato ha dovuto adottare una legislazione super premiale che ha finto di punirli pur di ottenere delazioni. Gli chiederò, l'anno prossimo, di pubblicare un libro contenente tutti i nomi dei morti ammazzati dalle B.R., dei loro familiari e le testimonianze dei parenti su ciò che è stata la loro vita dopo l'omicidio del padre, del marito, del figlio. Sono certo che Curcio venderebbe molte copie di questo libro ma dubito che lo farà. Scusate la polemica ma a 30 anni di distanza provo intatta la stessa rabbia e l'indignazione di allora.
Onoriamo allora e ricordiamo sempre Fulvio Croce.
Il filmato che ora vedremo ci aiuterà a ricordare questa drammatica pagina della storia italiana.
Onoriamo i nostri morti.



*avvocato,
professore


num. 237 - pag. 5
 

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