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28-05-2008

Compensazione delle spese: cosa cambia

Analisi tecnica della legge numero 263 del 28 dicembre del 2005
Flavia Avallone

Con la legge n. 263 del 28 dicembre 2005 si è avuta l'innovazione dell'art. 92, co. 2 rubricato: \"Condanna alle spese per singoli atti. Compensazione delle spese\" il quale oggi positivizza che \"Se vi e' soccombenza reciproca o concorrono altri giusti motivi, esplicitamente indicati nella motivazione, il giudice puo' compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti\".
Per effetto della novella è venuto meno l'indirizzo giurisprudenziale che sancisce la discrezionalità del potere del magistrato di compensare le spese processuali, la non necessarietà di una specifica motivazione sul punto e la conseguente insindacabilità dell'esercizio di tale potere dinanzi al giudice delle leggi. La Cassazione già ebbe ad esplicitare l'ambito di operatività temporale di tale novella, la quale \"non ha portata retroattiva\" e \"si applica ai procedimenti instaurati successivamente alla data di entrata in vigore del 1 gennaio 2006\" (Cass. 2007 n. 4854). E' appena il caso di osservare brevemente che il principio della soccombenza reciproca ascrive in capo al giudicante la mera possibilità di compensare, in tutto o in parte le spese tra le parti, nel caso in cui, ad esempio, vengano rigettate le richieste di ambedue le parti, di rinuncia ad alcune domande, di accoglimento di alcune domande o di alcuni capi della domanda. Tale principio, in ogni caso, attribuisce al giudice un potere molto lato da usare cum grano salis, in quanto è in grado di incidere sulla reale applicazione del principio della soccombenza ed inoltre, esso ha un suo limite invalicabile risiedente nell'impossibilità di condannare alle spese la sola parte vittoriosa laddove Il fulcro del principio della soccombenza risiede nella necessità di assicurare una completa tutela della parte risultata vittoriosa la quale, dunque, non può essere condannata, nemmeno per una minima quota, al pagamento delle spese stesse (Cass. 11 gennaio 1988 n. 13). La condanna alle spese di giudizio comprende, non soltanto l'aspetto degli onorari e dei diritti professionali, ma anche le spese in senso proprio (\"spese vive\"); sicchè la parte vittoriosa, che sia stata in giudizio personalmente, ha, comunque, diritto al ristoro di queste ultime (nel senso di riconoscere il ristoro delle spese vive al ricorrente vittorioso che sta in giudizio personalmente, si è pronunciata, di recente, la Commissione Tributaria Provinciale di Bologna, sez. XI, sent. 22.02.2006, n. 20). Inoltre, anche in assenza del deposito di apposita nota spese da parte del difensore, ex art. 75 delle disposizioni di attuazione del c.p.c, il giudice dovrà pronunciarsi sul punto (Cass. 9 febbraio 2000, n. 1440; Cass. 6 dicembre 1986 n. 7248), restando, altrimenti, la pronuncia affetta dal vizio di omessa pronuncia, emendabile a seguito di gravame.
La sussistenza dei cd. \"giusti motivi\" al fine della compensazione parziale o totale delle spese, si pone come eccezione alla regola della soccombenza, ed al principio generale di regolamento delle spese in adiacenza all'esito finale del giudizio, così come stabilito dal'art. 91 cpc.
Il concetto di giusti motivi non è infatti codificato dal legislatore e pertanto l'interprete può fare ricorso, per l'applicazione di detto principio, a finalità ermeneutiche cui si è pervenuti nell'ambito del diritto processualcivilistico. La giurisprudenza è stata unanime nel ritenere che \"i giusti motivi\" siano riscontrabili in alcune ipotesi così catalogabili: 1) complessivi comportamenti della parte vittoriosa nel merito scorretti o contrari ai principi di cui all'art 88 cpc; 2) obiettiva controvertibilità delle questioni di diritto trattate (Cass. 2 febbraio 1976 n. 340; Cass. 19 maggio 1979 n. 2885); 3) assenza di una consolidata interpretazione giurisprudenziale di una norma o comunque la non univocità della giurisprudenza soprattutto di merito (Cass. 9 luglio 1993, n. 7535; Cass. 29 maggio 1979, n. 3132); 4) illegittimità costituzionale della norma, posta a base della sentenza, intervenuta nel corso del giudizio (Cass. 9 febbraio 1990, n. 48; Cass. 13 maggio 1971 n. 1379); 5) novità o peculiarità delle questioni trattate ( Cass. 23 maggio 2003, n. 8210; Cass. 11 maggio 1978 n. 2299); 6) rinuncia ad alcune delle domande proposte; 7) conciliazione delle parti; 8) accoglimento del ricorso per motivi meramente formali (Cons. Stato 23 gennaio 1991, n. 76; 18 novembre 1991, n. 945); 9) accoglimento parziale del ricorso (Cass. 6 dicembre 2003, n. 18705); 10) mutamento della giurisprudenza intervenuto nel corso del processo.
La Cassazione (cfr. ex multis Cass. n. 18037/2005; n. 23258/2004; n. 18236/2003; n. 8210/2003; n. 7463/2003; n. 14095/2002; n. 1898/2002; n. 5721/2001; n. 5413/1987) ha costantemente ritenuto esclusa dal proprio sindacato la valutazione della compensazione delle spese di giudizio genericamente disposta per giusti motivi, sulla considerazione che la valutazione dei giusti motivi è affidata al potere discrezionale del giudice del merito ed il relativo esercizio non esige specifica motivazione: essendo, dunque, espressione di un potere discrezionale attribuito dalla legge, tale scelta è insindacabile in sede di legittimità.
Nel passato il sindacato della Corte di Cassazione si era limitato ad accertare, uno, che non risultasse violato il principio secondo il quale le spese processuali non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa e, due, che la decisione del giudice di merito di compensare le spese fosse accompagnata dall'indicazione di ragioni palesemente illogiche o tali da inficiare, per la loro inconsistenza o palese erroneità, lo stesso processo formativo della volontà decisionale espresso sul punto (cfr. ex multis Cass. 30/06/2006 n. 15124; Cass. 09/09/2005 n. 18037; Cass. n. 137/2005; Cass. n. 13542/2005; Cass. n. 23258/2004; Cass. n. 8210/2003; Cass. n. 16012/2002; Cass. n. 5988/2001; n. 5607/1997).
Non sono mancate pronunce che hanno affermato che anche la decisione di compensare le spese processuali debba essere specificamente giustificata, sia pure in modo conciso, nella motivazione. In realtà tale argomentazione è fondatamente logica oltre che giuridicamente corretta, visto che la pronuncia della condanna alle spese è da considerarsi non come una sanzione legata alla condotta processuale ma è strettamente connessa all'esito del giudizio e, come si è detto, all'esercizio del diritto di azione effettivo. Ad adiuvandum, alla luce dell'intervento del legislatore, sul dato normativo di cui all'art. 92, co. 2, anzidetto, che impone che i giusti motivi della compensazione siano esplicitamente indicati nella motivazione, un non conforme comportamento violerebbe apertamente i basilari ed oggettivi principi costituzionali di cui all'art. 111 e 24 Cost. Alla luce della recente sentenza n. 23993 del 19 novembre 2007 ove la Suprema Corte di Cassazione ha affermato il principio fondamentale, sancito dalla nostra Carta Costituzionale, del diritto al riconoscimento delle spese legali a favore del cittadino che abbia impugnato tramite legale un atto riconosciuto nel merito poi illegittimo, il dado sembra oramai tratto. La sentenza, appena richiamata, assume fondamentale importanza poichè, riguardando il caso l'impugnazione di una cartella esattoriale, il ragionamento giuridico seguito si dovrà estenderere analogicamente anche agli innumerevoli ricorsi avverso le sanzioni amministrative, in controtendenza all'oramai diffusa e costante usanza pretoria censurata apertamente con questa sentenza dagli Ermellini, da parte dei Giudici di Pace di compensare le spese legali anche laddove il ricorso contro la sanzione venga invece accolto, in quanto \"Non si può, infatti, omettere di considerare come, se pure in ipotesi particolari qual è il caso di specie - laddove il cittadino è stato assoggettato ad esazione fiscale senza che ne ricorressero i presupposti in fatto, come pur riconosciuto dal giudice a quo, ed ha dovuto far valere in giudizio il proprio diritto soggettivo accollandosene le relative spese e, tuttavia, lo stesso giudice ha compensato le spese in dispositivo senza neanche accennare, in motivazione, alla ricorrenza di quei \"giusti motivi\" la cui valutazione lo stesso art. 92 c.p.c. espressamente pone quale presupposto della pronunzia di compensazione, giusti motivi obiettivamente non ipotizzabili per alcun verso nel caso concreto e non sostituibili dalla possibilità di difendersi personalmente - la compensazione delle spese venga a rappresentare una determinazione del tutto arbitraria e si traduca in una lesione dell'effettività della tutela giurisdizionale\". Se, infatti, il Giudice riconosce l'illegittimità della sanzione elevata, altrettanto dovrà riconoscere al cittadino ingiustamente sanzionato, il diritto al ristoro delle spese legali che questi ha necessariamente dovuto sostenere, non essendo esperto di norme sostanziali e procedurali. Lasciare a carico del cittadino il costo delle spese legali, significherebbe comunque sanzionarlo anche in caso del riconoscimento del proprio diritto all'annullamento della sanzione stessa \"e pertanto non è consentito al giudice sanzionare indirettamente e di fatto il detto suo mancato esercizio attraverso l'accollo delle spese\" anche quindi qualora il cittadino scelga di stare in giudizio personalmente. E' di tutta evidenza che la condanna alle spese di soccombenza costituisce promanazione ed attuazione dell'art. 24 Cost, diritto alla difesa che sarebbe claudicante e dunque non effettivo, se la parte per attivare un suo diritto dovesse sostenere in via definitiva le spese processuali, venendo a subire una depauperazione patrimoniale.
Con riguardo al processo civile, la Corte di Cassazione ha affermato che la parte soccombente va identificata, alla stregua del principio di causalità sulla quale si fonda la responsabilità del processo, in quella che, lasciando insoddisfatta una pretesa riconosciuta fondata, abbia dato causa alla lite, ovvero in quella che abbia tenuto nel processo un comportamento rilevatosi ingiustificato (Cass. 10 settembre 1986 n. 5539).
Si possono anche richiamare, a proposito dell'effettività della tutela giurisdizionale, le pronunzie del giudice delle leggi nn. 419/95 e 26/99, mentre è da sottolineare come la tesi sopra accennata trovi riscontro anche nella motivazione della pronunzia 395/04 che non ha potuto estendersi al merito della questione in ragione dell'evidente inammissibilità della sua prospettazione nel caso concreto.
Ha opportunamente affermato la Cassazione (sentenza del 5 maggio 1999 n. 4455) che il potere di compensazione delle spese processuali può ritenersi legittimamente esercitato solo se ed in quanto \"risulti affermata e giustificata, in sentenza, la sussistenza dei presupposti cui esso è subordinato, sicchè, come il mancato esercizio di tale potere non richiede alcuna motivazione, così il suo esercizio, per non risolversi in mero arbitrio, deve essere necessariamente motivato, nel senso che le ragioni in base alle quali il giudice abbia accertato e valutato la sussistenza dei presupposti di legge devono emergere, se non da una motivazione esplicitamente specifica, quantomeno da quella complessivamente adottata a fondamento dell'intera pronuncia, cui la decisione di compensazione accede\" specie in presenza di altri giusti motivi di compensazione, ragion per cui \"la mancanza assoluta di motivazione, implicita od esplicita, della decisione di compensazione delle spese nei sensi sopra descritti integra gli estremi della violazione di legge (art. 92, comma 2, c.p.c.), ed è denunciabile e sindacabile anche in sede di legittimità\".
Ultima considerazione della Corte, la constatazione come detto che l'esercizio arbitrario del potere discrezionale di compensazione delle spese processuali finisce col risolversi nel sostanziale diniego del diritto alla tutela giurisdizionale ovvero dell'effettiva realizzazione del diritto sostanziale accertato e riconosciuto in giudizio. Tant'è che La condanna alle spese non si configura quale sanzione per il soggetto soccombente, nè avviene a titolo di risarcimento dei danni, essendo la responsabilità in ordine al pagamento delle spese processuali di tipo oggettivo (Cass. 28 marzo 2001 n. 4485) ed è per questo motivo che gli interessi sulle somme anticipate dalla parte vittoriosa decorrono solo dal momento della pubblicazione della sentenza.
Conformemente a questo orientamento, traslato nel campo della disciplina del diritto tributario -tutt'ora in costante dinamica evoluzione- la Cassazione, sez. trib., con la sentenza del 10 febbraio 2004 n. 2505, aveva precisato che, al pari della motivazione illogica o erronea, la sentenza è nulla, per difetto assoluto di motivazione, nel caso in cui manchi l'indicazione della specifica ragione, fra le due elencate dall'articolo 92, comma 2, c.p.c., per cui si è disposta la compensazione.Tale specificazione è influente in un ambito ove la compensazione delle spese tout court -più che nelll'ambito civilistico in senso stretto- sembra essere la regola piuttosto che l'eccezione.
Ancora, la Cassazione, sez. trib., con la sentenza del 18 aprile 2005 n. 8028, ha affermato che occorre che dei giusti motivi se ne dia conto, seppur succintamente, di modo che risulti chiaro alla parte vincitrice che l'organo giudicante ha valutato l'esistenza delle ragioni che hanno determinato la disapplicazione della regola della soccombenza.
La statuizione sulle spese, infine, in forza del disposto dell'art. 91 c.p.c., ha natura accessoria e consequenziale alla condanna della parte soccombente al rimborso, di conseguenza, anche in mancanza di una specifica domanda in tal senso delle parti, deve essere pronunciata dal giudice d'ufficio, anche in via equitativa, sulla base degli atti di causa ai sensi dell'art. 91 cit., laddove E' inficiata dal vizio di omessa pronuncia, anche la mancanza di ogni statuizione in riferimento alle spese in difetto di una esplicita rinuncia della parte risultata poi vittoriosa (Cass. 7 dicembre 1999 n. 13724; Cass. 10 ottobre 1997 n. 9859, Cass. 13 giugno 1994 n. 5720). Giusta attenzione merita anche il caso non di raro verificarsi di doverosa pronuncia da parte del Giudicante di \"cessata materia del contendere\", la quale per necessità o per volontà delle parti, viene ad imporsi in svariati casi, allorchè basti rammentare il \"principio della soccombenza virtuale\" di largo uso nei procedimenti cautelari di talchè La condanna al pagamento delle spese del giudizio, in quanto consequenziale ed accessoria, può essere legittimamente emessa dal giudice a carico del soccombente anche d'ufficio, in mancanza di una esplicita richiesta dalla parte che risulti vittoriosa, semprechè la stessa non abbia manifestato espressa volontà contraria, e financo quando il giudice debba dichiarare cessata la materia del contendere, dovendosi in tal caso delibare il fondamento della domanda per decidere sulle spese, secondo il principio della soccombenza virtuale (Cassazione civile , sez. III, 29 settembre 2006, n. 21244).
A questo si aggiunga per sgombrare totalmente il campo da ogni pretestuosa alternativa che, la condanna alle spese, essendo governata altresì dal \"principio di globalità\", impone di valutare l'esito finale del processo, senza che abbia importanza \"il fatto che nelle fasi precedenti la parte vittoriosa si sia vista dar torto, oppure che, all'interno della stessa fase, alcune difese della parte vittoriosa siano state ritenute infondate dal giudice\" Cfr. F.P.Luiso, Diritto Processuale Civile, Vol. I, Giuffrè, p. 405.


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