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13-05-2010

Metodo Caldoro alla prova dell'alleanza

Alfonso Ruffo

Ora che siamo in dirittura di arrivo possiamo dirlo: ma, sì, insomma, che spettacolo abbiamo dato nel cammino per la formazione della giunta regionale? Si era partiti bene, con l'attribuire piena fiducia al presidente Caldoro (Stefano sa il fatto suo, Stefano saprà scegliere gli uomini giusti, Stefano dovrà essere lasciato libero di stabilire per il meglio) e si è finiti come per la Nazionale di Calcio: ciascuno a difendere la formazione del suo cuore. Con una non lieve differenza: che il mister ha davvero la facoltà di far parlare tutti e di decidere da solo.
A parte il vezzo comune di chiamare il neo governatore per nome di battesimo (Stefano qua, Stefano là), sembrava fosse la volta buona per avviare un cambio di comportamento che tutti invocano ed evidentemente nessuno desidera. Si era appena conosciuto l'esito del voto – neanche il tempo di festeggiare – e subito Stefano è stato stretto nel dolce abbraccio degli alleati. Il che, sommato ai conti disastrosi della Regione ai quali dovrà far fronte, non è certo il miglior viatico per superare una prova che si presenta dura come poche.
La giunta, allora. Come e dove selezionare gli assessori? Caldoro è stato chiaro fin dall'inizio: di sicuro non tra i consiglieri eletti dovendo costoro badare all'impulso e al controllo lasciando ad altri l'onere della gestione. Il criterio, in apparenza condiviso, doveva essere quello dell'uomo giusto al posto giusto. Solo facendo così si poteva sperare di mettere in campo una squadra degna della partita che ci si prepara a giocare. Ma i consiglieri si sono ribellati: Non è giusto – hanno detto -, noi che abbiamo portato voti restiamo fuori e chi non si è misurato con il consenso può entrare nella stanza dei bottoni?
Detta così, gli accordi messi da parte, l'obiezione può anche sembrare sensata. Senonché, i signori consiglieri sono stati eletti appunto per sedere in Consiglio. Vale a dire per svolgere quel fondamentale ruolo di scrivere le leggi e fissare le regole che devono diventare la cornice istituzionale della nostra comunità. Ad altri va il compito di gestire, secondo le indicazioni ricevute dall'Assemblea e sotto la guida del governatore. Qualcuno fa osservare che altrove, in altre Regioni, si è fatto diversamente consentendo e a volte agevolando la nomina in giunta degli eletti. Giusto. E infatti non c'è nessuna normativa a vietarlo.
Ma il presidente prima designato e poi votato della Campania, Stefano Caldoro appunto, ne aveva fatto un suo cavallo di battaglia elettorale spiegando il perché e il percome della decisione. Chiedergli di cambiare idea una volta in sella non è il massimo della cortesia. Allo stesso modo, il pressing dei partiti su questo o quel nome - di consigliere o no - tende a circoscrivere una libertà di manovra che tutti ritenevano invece indispensabile per tentare di svolgere un buon lavoro. Tornando alla metafora della squadra di pallone, quello che conta non è solo la capacità individuale ma anche la compattezza dello spogliatoio. E questo dipende dalle scelte del capintesta.
Insomma, l'impressione è che si sia predicato bene e razzolato male. Approssimandosi il termine della corsa possiamo dire che Caldoro avrebbe meritato di essere messo nella condizione di agire con la massima libertà, nel rispetto dei patti di alleanza che ne hanno determinato la candidatura. Tanto più che nello stato in cui si trova la Regione, intesa come istituzione ma anche come realtà socio-economica, fare l'assessore è una rogna per la quale si dovrebbe essere pregati più e più volte piuttosto che offrirsi volontari. Tra patti di stabilità, deficit sanitari, contenziosi comunitari, invocazioni di aiuto, attese di rinascita economica, la vita di giunta e presidente dovrebbe figurarsi come un'anticipazione dell'inferno. Possibile ci sia tanta voglia di soffrire?


num. 093 - pag. 25
 

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