Il Denaro
 home  imprese & mercati  politica & istituzioni  professioni & formazione  d-finanziamenti  eventi
denarotv il direttore commenti sanità futura cultura sudsidiario lavoro immobiliare formazione newsletter acquista online
 
facebook twitterlinked in ok notizie friendfeedbookmark on delicious
il quotidiano
Prima pagina
Agenda eventi
News
Commenti
Imprese & Mercati
politica & istituzioni
professioni & formazione
Primo piano

inserti
Soldi & Imprese
Agrimed
I racconti di Piero Formica
Scaffale
Enti Locali & Cittadini
Turismo & Viaggi
Il Denaro Diplomatico
Moda & Affari
Il Sudsidiario
Sanità
Cultura
Futura
La Borsa Immobiliare
Liberare la società

riviste
Den
Gazzetta forense

rubriche
Fotogallery
Intraprendenti
Oroscopo finanziario
Meteo
Spaghetti Style
Salute & prevenzione
Concorso Talenti
Racconti
Cinema
Cartellone
Rassegna stampa on-line

speciali
Osservatorio di Gazzetta Forense
Le Vie del Vino
Convegno Giovani Confindustria 2010
Convegno sul Turismo Confindustria Napoli
TechnologyBiz 2010
Congresso nazionale Odcec
Unione Industriali
Dossier BPM
Dirigenti Campania
Premio l'Altra Italia
Aziende Ospedaliere
Napoli incontra Kagoshima
Meeting Rimini 2010
Api Napoli
Confcommercio Campania
Global Compact
Aiesec
Claai
Camera di commercio Napoli
Meeting eccellenze
menti@contatto
Piano Casa
Aziende sanitarie locali
Politiche e servizi sociali
Aziende
Convention CCIE
Premio Ischia
Assemblea Confindustria
imprese banche e istituzioni
Speciale 2010
Confidi
Harmont & Blaine
Intraprendenti
Vertis Sgr
Nusco

Politica, economia, finanza e attualità in diretta web

E Italia

Il Sudsidiario
Condividi/invia/aggiungi ai preferiti Condividi
13-05-2010

L'emergenza educativa nella democrazia del Terzo millennio

Umberto Chiaramonte

Le recenti prese di posizione del papa 'Benedetto XVI sull'educazione, intesa non soltanto come sistema scolastico che trasmette nozioni e cultura, ma come "un'azione diretta sullo spirito più che sull'intelletto", hanno mosso una serie di interventi nelle più alte gerarchie ecclesiastiche e nella Cei. Questa, nel Rapporto-proposta sulla "sfida educativa" ha sottolineato che "il dramma del nostro sistema educativo è di non riuscire più a dare punti di riferimento capaci di orientare la vita individuale e sociale dei giovani".
Il cardinale Tettamanzi di Milano, per far fronte al "preoccupante calo di tensione morale e civile e la conseguente fatica a trasmettere la solidità di un ethos pubblico condiviso e normativo", ha proposto "un esercito di educatori piuttosto che di militari". (Avvenire, 17.02.'10). Non sono stati da meno il card. Segretario di Stato T. Bertone al seminario di Reteitalia di Rimini (18-19/2/2010) e il presidente della CEI, card. A. Bagnasco, al Consiglio permanente dell'episcopato italiano (25/01/2010), hanno auspicato rispettivamente "una nuova generazione di politici cattolici" e la necessità di educare i giovani a valutare la cosa pubblica come un dovere ed essere disposti per essa "a dare il meglio di sé, del loro pensiero, dei loro progetti e dei loro giorni".


CANTIERE?DI?RIFORME

Peraltro, anche le istituzioni repubblicane da un quindicennio hanno dato vita ad un vero "cantiere di riforme" che nelle intenzioni dovrebbe rinnovare la scuola, che è (o dovrebbe essere) il luogo privilegiato, anche se non l'unico, deputato alla funzione educativa.
Si è trattato di uno sforzo che è stato valutato, secondo punti di vista condizionati dalla propria ideologia, ma va dato atto che dopo oltre 80 anni dalla riforma Gentile si sia data una svolta, i cui esiti dovranno essere valutati dopo qualche anno di sperimentazione.
In questo ampio quadro di riferimento, i cattolici in cerca di una identità culturale e morale, dovrebbero guardare ai maestri della dottrina sociale della Chiesa, che su questo terreno hanno dato un contributo non sempre conosciuto, e per dare una risposta a me stesso recentemente mi sono occupato di evidenziare il ruolo di don Luigi Sturzo nel campo educativo con il volume Necessaria in democrazia. Emergenza educativa e questione scolastica negli scritti di Luigi Sturzo, 2009. Il quale non è stato né si è sentito un pedagogista professionale, ma alla scuola e ai suoi problemi ha dedicato oltre cinquanta scritti (relazioni, conferenze, articoli, saggi) dai quali emerge in modo inoppugnabile non solo la centralità del suo pensiero su questa tematica, ma anche la sua azione quotidiana sia come amministratore che come politico e come sacerdote.
Ovviamente i suoi interventi vanno contestualizzati nel quadro di un dibattito specifico del suo periodo storico, cioè dalla fine dell' '800 al suo esilio (1924), durante il lungo esilio in Inghilterra e negli USA, e dal suo rientro in Italia (1946) alla morte (1959).
E' stata un'azione politico-culturale sconosciuta che era giusto riportare alla luce per ampliare l'idea che di lui i manuali di storia ci hanno consegnato, sempre e soltanto di fondatore del Ppi.


LA PIAGA DELL'ANALFABETISMO

Tra i principali problemi del sistema scolastico nazionale del tempo vi era l'analfabetismo, questione nazionale che nel Sud e nel Nord emarginava le popolazioni dalla partecipazione democratica elettorale. Come consigliere comunale e pro-sindaco di Caltagirone (1899-1920) la scuola lo interessò "più di ogni altro ramo dell'amministrazione". Nel consiglio dell'Associazione dei Comuni Italiani, quando la legge Daneo-Credao (1911) assegnò la gestione amministrativa della scuola dell'obbligo allo Stato sottraendola ai Comuni, si batté affinché venisse mantenuta l'autonomia gestionale degli enti locali. Fu una scelta che era fondata sul principio dell'autonomia comunale, che per Sturzo era il vero nodo della democrazia e della libertà, che rivendicò (e l'Anci ottenne) per il suo Comune e per i capoluoghi di provincia e di circondario (Milano in testa), sia amministrati dai socialisti o dai repubblicani o dai liberali. Come consigliere provinciale di Catania (1905-1920) si impegnò nelle istituzioni scolastiche (nel Consiglio scolastico provinciale o nel Patronato scolastico) per consolidare l'autonomia; come organizzatore dell' associazionismo cattolico contadino e operaio, fu per cinque anni (1913-1917) presidente regionale dell'Associazione Magistrale Italiana "N. Tommaseo"; ma l'impegno educativo continuò anche come segretario generale dell'Azione Cattolica italiana.


NO ALLA RELIGIONE IN CLASSE

Un altro nodo centrale, che rischiava di estromettere l'insegnamento religioso dalla scuola elementare, peraltro sancito dalla legge Casati sull'istruzione (1859), va inserito nella lotta che i nuovi partiti di massa (socialista e repubblicano, ma anche dei massoni e dei liberali anticlericali) di fine Ottocento ingaggiarono per laicizzare la scuola e quindi lo Stato unitario. Nonostante quasi tutti i ministri della Pubblica Istruzione italiani fossero iscritti alla massoneria, a nessuno di loro venne in mente di espungerlo dai programmi scolastici (così come il crocifisso) rispettando l'osservanza della legge.
In realtà, l'insegnamento del catechismo era un pretesto per affermare un vetero anticlericalismo risorgimentale, peraltro rifiutato dai socialisti riformisti Turati e Treves, che poteva avere un senso nei primi anni dell'Unità nazionale, quando le scuole dei religiosi e delle suore erano in numero prevalente rispetto a quelle statali. In questo clima venne presentata la mozione parlamentare del socialista Bissolati (1908) contro l'insegnamento della religione nella scuola elementare, ma venne bocciata anche dai massoni che su 35 loro deputati solo 17 votarono a favore.
In sostanza, la volontà di estromettere dalla scuola statale tanto l'insegnamento religioso quanto i docenti religiosi, quand'anche in possesso dei titoli culturali e professionali, puntava a laicizzare l'insegnamento senza alcun fondamento culturale e storico. Innanzi tutto i laicisti non valutarono che la laicità è un valore introdotto dal cristianesimo ("date a Cesare quel che è di cesare e a Dio..."), e quello specifico della scuola (come dimostrarono nei congressi del sindacato degli insegnanti, la Fnism, Gentile, Salvemini e altri) non era in alcun modo configurabile come anticlericalismo o contro il sentimento religioso del popolo, giacché si realizzava sempre in presenza di un insegnamento "critico" e "non dogmatico". In sostanza, la laicità dell'insegnamento si realizzava quando i docenti argomentavano loro lezioni con mentalità scientifica e razionale, al di là della tonaca e delle credenze religiose.


RIVENDICARE LA LAICITA'

La rivendicazione della laicità si estese alla lotta contro la scuola privata cattolica (quella "laica" in Italia è stata numericamente irrilevante), che è proseguita nel tempo fino ai nostri giorni.
In concreto essa mirava anche alla negazione dei finanziamenti dello Stato a queste scuole, ma su questa linea Luigi Sturzo fu coerente in nome della libertà della scuola, che fu il suo leitmotiv in ogni dibattito scolastico.


SISTEMI DI AIUTO ALLE FAMIGLIE

Egli non accettava i finanziamenti pubblici, ma puntava su due proposte: trovare sistemi di aiuto alle famiglie (con la defiscalizzazione dei costi affrontati) e spronare gli imprenditori a finanziare l'istruzione più di quanto non facessero con i giornali e con altre attività per interessi privati o di immagine.
Del resto, anche su questa annosa questione, molti laici (Gentile e Salvemini in testa) ritennero che tra scuola statale e scuola privata non dovesse esserci contrapposizione, ma una intelligente concorrenza, e Sturzo, nel congresso di Pisa della Fnism (1919) intervenne sostenendo la sua contrarietà non solo ai finanziamenti, ma anche alle posizioni del filosofo Gentile, il quale proponeva che la scuola statale venisse frequentata dagli alunni più preparati e motivati, lasciando alla scuola privata coloro che non lo erano, in nome di un elitarismo rifiutato da cattolici e socialisti.
Sturzo sottolineò la volontà della scuola privata di voler puntare su alunni di qualsiasi provenienza e capacità, per educarli con rigore in vista di una formazione capace di creare cittadini consapevoli dei propri diritti e doveri. I giornali informarono che il suo discorso fu più applaudito di quello del pedagogista laico Ernesto Codignola.


TRA PUBBLICO E PRIVATO

Tuttavia, la battaglia che senza alcuna soluzione di continuità egli combatté, fu quella per la libertà della scuola e dell'insegnamento, sia per la scuola statale che privata, alle quali riconosceva la necessità di una ampia autonomia che la sottraesse dall'abbraccio asfissiante della burocrazia ministeriale e di ogni altro genere.
Con la riforma Gentile, che per alcuni versi i cattolici apprezzarono soprattutto per l'inserimento dell'insegnamento religioso in tutti i gradi dell'istruzione e per l'introduzione dell'esame di Stato uguale per le scuole statali e per le private, Sturzo non cadde nel tranello del fascismo evidenziando nella riforma la volontà di imporre il monopolio dell'istruzione statale, della qualcosa né i socialisti né i massoni né i repubblicani si resero conto ritenendo prioritaria la loro rivendicazione laicista.
La storiografia ha dimostrato che Sturzo individuò tra i primi il pericolo di un regime totalitario e statolatra anche nel sistema scolastico che con la militarizzazione dei giovani, dai figli della lupa ai Guf, rivelava le sue vere intenzioni.
In questa ottica, la sua visione di una scuola libera e autonoma, capace anche di redigersi curricoli disciplinari di istituto, pur nel rispetto delle linee-guida prescritti dalle leggi ministeriali, diventava il luogo ideale per estendere la democrazia, al di là delle ideologie che non sempre erano rispettose della laicità, che non è mai né dogmatica né totalitaria.


PROPOSTE

Se poi si vanno a verificare le proposte che sull'istruzione scaturivano dai congressi del Ppi, si evincono l'interesse e la premura con cui i seguaci di Sturzo assegnarono alla scuola, privilegiando l'istruzione tecnica e professionale per dare una preparazione culturale e professionale che consentisse ai giovani un inserimento consapevole nell'industrializzazione nazionale (al congresso di Torino, 1922, si discusse se l'istruzione tecnica e professionale dovesse essere gestita dal Ministero dell'Agricoltura, Industria e Commercio piuttosto che dalla P.I.); si riconobbe la libertà per i cittadini che ne avessero i mezzi di aprire scuole private nel rispetto delle leggi dei principi della Scienza dell'educazione; fu previsto l'esame di Stato al termine del corso degli studi; l'assistenza alle famiglie per la frequenza della scuola; l'istituzione di scuole popolari; l'impegno a curare e risolvere i problemi edilizi e socio-sanitari delle scuole (congresso di Roma, 1925); la necessità di approntare una riforma della scuola prima di quella gentiliana (congresso di Venezia, 1921).
E difficile negare che nel pensiero e nell'azione di don Luigi Sturzo vi sia stata una forte volontà di riformare lo Stato nazionale in senso realmente democratico, inserendo l'educazione/istruzione come il pre-requisito irrinunciabile.


PRIVILEGIARE LA PERSONA

Il suo richiamo a privilegiare sempre e ovunque la "persona" come fondamento di ogni politica sociale ed economica; l'aver assegnato alla famiglia il compito di curare e provvedere all'educazione dei figli; il richiamo al dovere educativo delle comunità locali prima ancora che dello Stato, fanno di lui un educatore di grande spessore.
A ben vedere, egli in molte sue analisi e deduzioni ha anticipato i tempi odierni. L'autonomia, concessa alle scuole italiane con la legge delega del 1997, era già nei programmi di Sturzo e del Ppi; lo stesso si può dire per la partecipazione democratica dei genitori alla gestione amministrativa e didattica, concessa in Italia dai Decreti delegati del 1974, che Sturzo aveva previsto come spazio della democrazia partecipativa; la qualità dell'istruzione come valore aggiunto di ogni singola istituzione scolastica, posta in discussione in Italia nell'ultimo decennio del '900, era stata prevista fino al punto da ritenere che ogni scuola/università avrebbe dovuto consegnare i propri diplomi in nome della sua fama, e aveva auspicato che venisse abolito il valore legale del titolo di studio, cosa che si va studiando oggi.
Ciò presupponeva per Sturzo una rigorosa valutazione del lavoro degli insegnanti, per i quali auspicava una altrettanto rigorosa preparazione professionale.


OLTRE L'ISTITUZIONE

Ma, come si è detto, egli andava oltre l'istruzione guardando all'educazione. Nel 1947 scrisse: "Parlando di educazione dell'uomo comune, mi intendo riferire in primo luogo alla scuola, ma allo stesso tempo alla famiglia, alle chiese [al plurale!], all'ambiente delle comunità locali, alla stampa, alla radio, al cinema, ad altre attività integrative quali le opere sociali e di assistenza, in una parola a tutto quel che direttamente o indirettamente contribuisce alla formazione infantile e giovanile...".
Insomma, l'educazione "viene fatta principalmente nell'interno di ciascuno di noi, con la propria esperienza, in ambiente di spontaneità e libertà".


EDUCARE ALLA DEMOCRAZIA

Ma soprattutto ebbe la consapevolezza che con i suoi numerosi libri di politica, di sociologia, di spiritualità e con gli articoli su varie problematiche, avrebbe potuto educare alla democrazia, perché questa si acquista e si rafforza in continuazione, non si eredita per sempre. Nel 1939, in un saggio su "Lo spirito della democrazia", sostenne che "il problema dell'educazione è fondamentale per la democrazia. Essa è necessaria in democrazia", per formare i giovani destinati a guidare le nazioni e a costruire il loro futuro. E' anche questo il messaggio sturziano che i cattolici contemporanei posso ascoltare e diffondere.


num. 093 - pag. 48
 

Clicca per ritornare alla pagina precedente torna indietro






Google




Guarda Denaro Tv
Dtv - denaro.it

Gazzetta Forense

Italian Cri