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L' angelo mandato da Dio
di Alberto Veronese

L'angelo chiuse le ampie ali. Diventarono piccole piccole. Dalla borsa
l'angelo estrasse una maglietta e se la indossò. Uscì dal vicolo cieco, girò
l'angolo dell'edificio e entrò nella casa. Salì quattro pianerottoli - non
amava gli ascensori - e bussò alla porta numero 666.
"Porco miseria, chi è?" gridò il diavolo.
"Sono Gabriele."
"E chi cazzo ti conosce! Smamma!"
"Sono stato mandato da Dio. Apri, maledizione."
"Me ne frega un cazzo. Lasciami in pace, pennuto!"
L'angelo sospirò. Si guardò in giro, poi, attraversò la porta.
"Dovrai ascoltarmi che tu lo voglia o no," disse l'angelo. Il diavolo era
sdraiato mollemente sui cuscini del divano e aveva i piedi dentro una
bacinella d'acqua fumante.
"Poteva venire almeno Giovanna d'Arco, no?"
"Dio chiede che tu gli sbrighi un'ultima faccenda."
"Ma se sono secoli che non fa altro!"
"Questa volta manterrà la sua parola. E' l'ultimo tuo lavoro."
"Adesso sparisci! Dovevo immaginarmelo che si trattava della
solita solfa. E poi sono ammalato. Sono pieno di catarro - tirò su col naso,
si schiarì la laringe e sputò nella bacinella - appena muovo la testa mi
sembra di impazzire."
"Senti," insistette l'angelo, "hai mai sentito parlare della bomba atomica?"
"Che cosa vuole ancora?"
"Una cosa facile. Devi farla brillare sopra Manhattan."
"Qui ci abito io. Perché proprio Manhattan, dannazione."
"Ha perso ai dadi."
"Cristo santo, chi?"
"Dio."
"Non ha mai saputo lanciarli i dadi. Con chi ci si è messo questa volta?"
"Con il tuo capo, Lucifero."
"Quel pappa molle!"
"Di chi parli?"
"Lucifero, intendo."
"Bene."
"Però anche Dio - insomma - perdere ai dadi contro Lucifero..."
"Ormai è andata così. Non pensarci su. Devi fare saltare Manhattan."
"Prendo ordini solo da Lucifero. Falla saltare tu Manhattan, se ci tieni
tanto."
"Sai che noi angeli non possiamo fare queste cose."
"Cazzi vostri."
"Vuoi che vada a riferirlo a Lucifero?"
"Mi hai capito bene. Prendo ordini solo da lui."
"S'incazzerà."
"E che s'incazzi."
"Io ti ho avvertito."
"Bene. Va al diavolo allora."

Due settimane dopo un raggio di luce svegliò il diavolo. Durò solo qualche
istante. Poi sentì una voce.
"Svegliati!"
Il diavolo si stropicciò gli occhi. Una creatura di giovanile bellezza lo
stava fissando.
"Che mi venga un colpo!"
"Sono Lucifero."
"Salve capo"
"Dio ha perso ai dadi. Voglio che Manhattan salti in aria."
"Sì, sì."
"Posso contare su di te?"
"Ma certo capo. Adesso mi sento meglio. Appena fa giorno mi metto al
lavoro."
"Sono le due e un quarto del pomeriggio, pirla."
"Va bene, va bene. Dammi solo un po' di tempo e sistemo la faccenda."

Non capiva perché Lucifero volesse distruggere Manhattan. Aveva lavorato
bene in questa città. Lucifero ne era molto fiero e spesso se ne vantava con
Dio. E' impazzito, pensò. Uscì dal letto, si vestì, prese l'ascensore, uscì,
attraversò la strada e entrò in un Caffè. Ordinò cioccolata calda, succo
d'arancio, uova, patate e pancetta. La cameriera gli portò la colazione.
"Senti Susi," le disse il diavolo "siediti un po' con me, ti voglio
parlare."
"Cosa c'è Mike?" gli chiese.
"Credi in Dio, tu?"
"Ma che c'è Mike, stai poco bene?"
"No, no, è che ultimamente sono un po' depresso."
"Non fai che dormire tutto il giorno. Proprio non riesco a capire come fai a
campare."
"Credi in Dio? Non so, a Lucifero, al diavolo, insomma credi che Dio giochi
a dadi con Lucifero?"
"Sì."
"Sì?"
"E cosa altro pensi che facciano?" continuò Susi.
"Beh, potrebbero fare tante altre cose."
"Per esempio?"
"Decidere di far saltare in aria Manhattan."
"No, questo non lo credo."
"E perché?"
"Sono troppo occupati con i dadi. Insomma Mike, che ti prende?"
"No, no, ascolta..."
"Scusami," lo interruppe Susi.
Susi si alzò e s'infilò tra i tavolini; a Mike, piaceva guardarla. Gli
piaceva il suo corpo e come muoveva quel corpo! Era la creatura più bella di
ogni altra creatura che avesse conosciuto. Per Susi, Mike aveva trascurato
un po' il suo lavoro a Manhattan. Questo era vero. Ma la sua vita gli
sembrava migliore. Era addirittura ringiovanito. Non si sentiva più un
povero diavolo come prima. Erano anni che voleva ritornare nell'inferno e
prendersi un po' di riposo - ma ora, grazie a Susi, preferiva rimanerle
vicino. Ogni sera Susi saliva da lui. Mike aveva anche iniziato a pulire
l'appartamento. Susi arrivava sempre con qualcosa. Con delle bistecche per
esempio, e lui le cucinava. Apriva una bottiglia di vino rosso e la bevevano
sul divano, poi andavano nella stanza da letto e facevano all'amore. Quella
sera poi aveva anche intenzione di offrirle un anello. Insomma, si sentiva
in paradiso. Susi ritornò al tavolo. Si chinò in avanti e sorrise.
"Sai che sei proprio matto."
"Senti Susi. Se giocano a dadi, vuole dire anche che magari scommettono."
"Cristo!"
"No, Dio e Lucifero."
"E va bene. Certo qualche scommessa magari la fanno."
"Beh, allora uno dei due vorrà riscuotere la vincita."
"Beh, sì certo."
"E allora?"
"E allora cosa?"
"Far saltare in aria Manhattan, per esempio."
"Ecco che ci risiamo! Tu sei proprio matto."
"Rispondimi Susi, allora?"
"Beh, immagino che uno dei due farebbe saltare Manhattan."
"Lo vedi!"
"Ma Mike, sono cazzi loro. Che te ne frega. Non ti sarà apparso l'angelo
Gabriele, per Dio!"
"Sì."
"Sì, cosa?"
"Gabriele è venuto a trovarmi due settimane fa. Poi, questo pomeriggio è
venuto Lucifero in persona."
"E cosa volevano."
"Far saltare Manhattan."
"Cristo santo, e tu cosa intendi fare?"
"Non so."
"Senti. Mangia le tue uova. Stanno diventando fredde. Questa sera salgo da
te e vediamo cosa si può fare. Ti va?"
"Grazie Susi, sei un'amica."
"Figurati. Mangia ora."

Si mise a mangiare le uova. Lucifero, il paradiso, l'inferno, la bomba atomica potevano ancora aspettare, pensò.


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