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Don Calogero di Gabriella Cuscina' Riccardo lavorava da molti anni come direttore di banca. Era divenuto casualmente amico di Don Calogero. L’aveva conosciuto quando era appena uscito dal carcere. Si era presentato alla sua banca e gli aveva chiesto di poter depositare quaranta milioni di vecchie lire. Lui aveva voluto precise referenze e ogni altra informazione necessaria. Dopo alcuni incontri quindi, Don Calogero aveva ritenuto opportuno narrare la sua storia: <<Facevo parte di una cosca mafiosa e non mi mancavano sulla coscienza morti ammazzati e rivali eliminati. Un giorno mi trovavo con mio compare Pippo vicino casa e improvvisamente fummo avvicinati da un’auto. Ne scesero tre energumeni e ci fecero salire a forza, sotto minaccia di pistole. Cercammo di reagire, ma capimmo che non avrebbero esitato a sparare. Erano in quattro compreso il guidatore che accelerando, uscì dalla città e si diresse verso una zona montagnosa e solitaria. Non capivamo le loro intenzioni. Sapevamo solo che appartenevano ad una cosca nemica. Dopo circa due ore di strada, ci fermammo in una landa desolata e circondata da montagne. Ci fecero scendere dall’auto e ci condussero dietro una rupe. Dietro di questa si apriva una grotta sotterranea; ci spinsero dentro violentemente e ci colpirono con il calcio delle pistole. A questo punto, presero a chiudere la grotta dall’esterno con dei grossi massi e con della calce. Era tutto chiaro: avevano deciso di toglierci di mezzo con il vecchio sistema della Lupara bianca. Ci facevano scomparire. Saremmo morti lì dentro murati vivi! Eravamo storditi, ma dopo un po’ comprendemmo ciò che stava succedendo e cominciammo ad urlare, ci precipitammo contro i massi cercando di non far bloccare l’uscita. Davamo calci e pugni come forsennati, ma fu inutile. In breve tempo avevano chiuso e murato l’apertura della grotta. Il nostro destino era segnato! Un destino orribile: morire come i topi in trappola. Non avremmo potuto né mangiare, né tanto meno bere. Vi era solo qualche spiraglio di luce e d’aria, ma la morte ci attendeva soprattutto per mancanza d’acqua. Eravamo disperati, terrorizzati. Non saprei ripetere e descrivere quel che si provi a vedersi chiusi per sempre e senza speranza. Credo avessimo gli occhi usciti fuori dalle orbite e le nostre voci erano grida orrende di raccapriccio e d’orrore! Continuavamo a tempestare di calci i massi, ma erano stati bloccati con la calce, dunque era impossibile che si spostassero minimamente. Ci aggrappavamo a quelle pietre, cercando gli spiragli di luce e continuavamo ad urlare. Non si può capire cosa significhi essere rinchiusi sottoterra. Ogni umana immaginazione non potrà mai realizzare concretamente quella sensazione di soffocamento, d’impotenza, di seppellimento, di perdita di ogni libertà. Davvero sembra d’impazzire! La reclusione nelle carceri degli uomini, in confronto, pare un gradito soggiorno in un albergo di lusso. Piangevamo e ci disperavamo. A poco a poco, ci rendevamo conto di doverci rassegnare a morire. Ma allora avremmo preferito un colpo secco d’arma da fuoco e farla finita per sempre. Là dentro invece mancavano pure i mezzi per suicidarci. Dalla luce che filtrava riuscivamo a capire solo l’alternanza del giorno e della notte. Sicuramente passava abbastanza aria di ricambio per permetterci di respirare. Per i primi due giorni cercammo di non pensare alla sete. La fame quasi non la sentivamo. Al quarto giorno capii che Pippo non resisteva più, la sete lo stava straziando e cominciava a dare segni di follia. Anch’io mi sentivo riarso e volevo morire. Al quinto giorno il mio compagno crollò a terra e iniziò a lamentarsi, perse conoscenza e ricordo di avere provato invidia nei suoi confronti. Eppure quando ormai ogni forza mi stava abbandonando, come in sogno, udii dei rumori provenire dall’ingresso della grotta. Stavano cercando di rimuovere i massi. Mi trascinai a stento là vicino e cominciai a lamentarmi. I rumori si fecero più forti. Davano dei forti colpi di piccone sulle pietre ed esse a poco a poco, cominciarono a sgretolarsi. Con quel poco di voce che mi restava, chiesi implorando dell’acqua. Poi credo di aver perso i sensi. I nostri soccorritori erano stati i Carabinieri che erano venuti a cercarci. Infatti, erano stati avvisati da un anonimo pastore che, non visto, aveva assistito alla scena del seppellimento. In un primo tempo, non aveva detto nulla. Poi preso dai rimorsi di coscienza, aveva voluto avvisare le forze dell’ordine. L’aveva fatto appena in tempo a salvare me, ma purtroppo non si salvò Pippo, che già si trovava in grave stato di disidratazione. Morì di lì a qualche giorno. Fui riconosciuto e condannato a trent’anni di carcere. Ne ho scontato solo venticinque per condono e per buon comportamento. Dentro il penitenziario ho appreso a fare il falegname e ho venduto i mobili che fabbricavo. Ho guadagnato dei soldi onestamente per la prima volta nella mia vita>>. Negli anni della detenzione sua moglie e i suoi figli erano stati uccisi dalla cosca rivale per vendette varie. Don Calogero aveva depositato i suoi milioni nella banca di Riccardo e questi l’aveva aiutato a fare buoni investimenti. Dunque gli aveva fatto guadagnare altri soldi. Però non aveva più a chi lasciarli e allora gli aveva consigliato di fare dei lasciti per opere di carità. Lo aveva ascoltato e non era mai stato tanto felice come nel momento in cui aveva firmato le carte in cui sottoscriveva un lascito per i bambini colpiti dalla leucemia. <- torna all'Archivio racconti |
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