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L’ arrivo
di Gianluca Benvenuti

Sul volo per Dublino, iniziai a realizzare quanto poco sapessi del paese che avevo scelto per trascorrervi un’ esperienza lavorativa. Avevo svolto qualche ricerca prima di partire, e da alcune letture ne avevo saputo qualcosa di più, a parte gli U2, James Joyce, la guinness e la tradizionale musica Irlandese e i verdi folletti. Lessi il libro di un tizio, un ragazzo inglese, che a seguito di una scommessa fatta con amici, partì per un viaggio intorno all’ Irlanda con a presso un carrellino con legato sopra un frigorifero, modello stanza di hotel, trascinandoselo su e giù per l’ isola come fosse un trollie, tutto questo viaggio doveva essere percorso rigorosamente in autostop. Imparai molto da quelle pagine ricche di avventure, storie d’ Irlanda e pittoreschi personaggi.
In aereo, assolto nei miei pensieri pensavo a ciò che di nuovo avrei trovato e alle esperienze che mi si prospettavano, quando l’ hostess, una bellissima ragazza bionda vestita di un’ uniforme verde smeraldo con un foulard bianco al collo, mi consegna un vassoio con disposte tre salsicce fritte rinsecchite, un pudding, una crocchetta di patate e cipolle chiamata hashbrown, due fette di pan carrè e un bicchierone di carta con dentro un liquido bollente nero chiamato caffè; e pensai: bene!! finalmente ecco il tradizionale Irish breakfast, di cui tanto avevo sentito parlare. Ma erano le sei di sera e non capivo bene se dovevo considerarla una cena, uno spuntino o solo un pò di cibo precotto giusto per... Avevo appena fatto il primo incontro con i sapori e le bellezze di quella nuova terra.. stavo volando verso l’ Irlanda! Atterrai circa alle sette e in coda sul corridoio dell’ aereo, aspettando di scendere, la ragazza davanti a me si gira e mi chiede dove ero diretto. Io le dissi che era la mia prima volta a Dublino, avevo solo la mia valigia e l’ indirizzo di una famiglia, già contattato dall’ Italia, che mi affittava una stanza. Le mostrai la mia destinazione e lei mi diede le informazioni per raggiungerla, mi raccontò che ormai lei viveva e lavorava quì già da due anni, che si trovava bene ed era soddisfatta. Io le dissi che mi ero iscritto ad un corso di Inglese e che poi avrei trovato un lavoro e vedere cosa sarebbe successo, giusto per un pò. Mi diede il suo numero di cellulare e mi disse di chiamarla qualora avessi avuto bisogno di qualche dritta, poi ci salutammo e la ringraziai.
Non ci rivedemmo più. Ero arrivato ed ero contento di esserci. Secondo le sue indicazioni avrei duvuto prendere un pullman che mi avrebbe portato in centro città, e da lì un trenino che da Dublino scendeva lungo la costa sud, per arrivare a Bray, la mia metà. Non mi spaventava il fatto di non sapere nulla di dove fossi, anzi era molto stimolante, e poi avavo piuttosto dimestichezza col muovermi, mi sentivo leggero e curioso come un bambino che scopre il mondo. Il mio inglese non era mai stato collaudato sul territorio prima d’ ora, ma avevo qualche parola in testa, qualcosa che avevo imparato a scuola e dalla musica che ascoltavo, mi piaceva leggere i testi e cercare di tradurli per capire cosa i Pink Floyd volevano dire con ‘How I wish You were here’ o ‘Mother should I built the wall’ o ‘shine you crazy diamond’ e tanti altri come i Queen, Led Zeppeling, Neil Young, Doors, Ben Harper, Bob Dylan, U2, Eagles. Questo mio esercizio, non era sufficente, però mi aiutò giusto per muovere i primi passi, giusto per dire ‘can I have a tiket to... a coffee...where is york road? cose del genere, insomma. Arrivai in centro città, era una buia sera di metà settembre, ma non faceva eccessivamente freddo come invece mi aspettavo, allora chiesi ad alcuni ragazzi, mostrandogli il foglietto con sù l’ indirizzo, e loro molto cordialmente mi accompagnarono alla stazione di questo trenino chiamato Dart. Presi il biglietto e scesi in banchina. Il trenino percorreva la costa e guardando dal finestrino intravedevo un mare scuro e silenzioso.
Arrivai a Bray e alla staziona presi un taxi. Anche al taxi-driver mostrai l’ indirizzo ma lui sembrò non sapere esattamente dove fosse, ma con tono rassicurante mi disse: «don’ t worry, Il take you there». E io sicuro replicai «Ok», anche se non avevo capito un gran chè, a parte ‘don’t worry’, ma quello mi bastò. Arrivammo ad un agglomerato di simpatiche casette, immerse nel verde e disposte ordinatamente una a fianco all’ altra ai margini di strade curate e pulite. Le abitazioni erano rigorosamente di legno, a due piani, con il vialetto d’ ingresso e il giardinetto, tutte uguali. Le strade non avevano nome, l’ unico modo per arrivare da qualcuno era quello di conoscere dove dovevi andare, oppure girare e leggere ogni numero civico. Ma lui evidentemente scelse la seconda opzione. Ad un certo punto l’ uomo scese dall’ auto bussò ad una porta e chiese informazioni, o conosceva qualcuno lì, oppure «si vede che si usava così» pensai. Tutto questo vagabondare si svolse con calma e tranquillità, il tassista rideva e pareva anche divertirsi. Arrivammo alla casa, lui mi aiutò col mio bagaglio, io lo ringraziai e lo salutai. Ad aspettarmi alla porta c’ era Lucy, una ragazza sui trenta. Mi presentai e mi fece accomodare. Capii che mi chiese del viaggio e io le risposi: «very well». Non era l’ inglese che mi aspettavo, complicato e difficile da capire. Mi chiese altre cose e riuscivo a intuire e a capire, anche se non ero in grado di risponderle correttamente ci provavo a modo mio, e funzionava con quel poco che avevo e che forse era più di quello che pensavo, non mi sentivo in soggezione.
Mi parlò un pò di lei, cosa faceva, e che suo marito era al pub con gli amici e che lei quella sera era di turno a casa con la loro piccola bimba, che aveva già messo a letto prima che arrivassi io. Non sembrava scocciata di essere dovuta restare a casa ad aspettare me, e a curare la piccola. Il rapporto di coppia Irlandese non è esattamente come il nostro, sono più liberi, se a uno và di uscire, e l’ altro non può o non vuole, esce e basta. Mi chiese se avevo mangiato e se volevo qualcosa, le risposi che avevo fatto un Irish breakfast in aereo, le mi guardo sorridendo e pensando che evidentemente non sapevo cosa avessi detto, ma io avevo fatto veramente colazione due ore prima in aereo. Mi fece vedere la mia stanza, al piano superiore. Il pavimento era rivestito da un palquet’ chiaro e le pareti dipinte di rosso. C’era una scrivania davanti ad una finestra che dava sul vialetto d’ ingresso. E a fianco il letto, che iniziavo a desiderare dopo questa nuova giornata. Mi fece vedere il bagno e si congedò dicendomi: «Have a good night, see you in the morning» poi aggiunse che mi avrebbe lasciato la colazione sul tavolo, se mi fossi alzato prima di loro. «Un’ altra?» pensai, ma gli Irlandesi vanno avanti a colazioni?
Io la ringraziai e la salutai. Sistemai subito tutta la mia roba nell’ armadio, perchè il giorno dopo, appena sveglio, non volevo perdere tempo a farlo ma volevo subito andare a vedere dove mi trovavo alla luce del giorno. Mi infilai sotto il piumone e soddisfatto crollai in un sonno profondo.
Mi alzai fresco e riposato nella mia nuova realtà, guardai fuori dalla finestra. Era un bel posto, tranquillo e ordinato. A quel punto mi resi conto di dove fossi. Mi preparai, mi lavai e scesi. Tutti ancora dormivano e la colazione era sul tavolo. Prima ispezionai la casa: un salottino con caminetto, la cucina con una porta scorrevole che dava sulla veranda; le stanze erano piccole, e i pavimenti rivestiti di moquette, anche le scale, a parte la cucina. Nel complesso tutto molto accogliente e ben curato. Dietro il divano un’ ampia finestra dava sulla strada d’ ingresso, niente persiane o tapparelle, ma solo una tenda, anche per tutte le altre finestre. Ero pronto per la colazione, sul tavolo c’ erano cereali, latte, succo di frutta, pane e marmellata, si sedetti e presi un pò di tutto. Ovviamente niente caffè. Guardai l’ orologio sulla parete al mio fianco, erano le dieci. Scese Lucy in vestaglia e ancora assonnata, ci salutammo e mi chiese come avevo riposato, io le risposi «very well» come quando mi chiese come era andato il viaggio, dovevo sforzarmi di più e migliorare il mio vocabolario o avrei risposto così ad ogni domanda, ma ero ancora assonnato e poi mancava una bella moka. Mentre prendeva una tazza dalla credenza si volto verso di me e mi chiese: «Would you like a cup of tè?» e io risposi «Yes, please», bene ero migliorato, avevo dato una nuova risposta. Mi preparò il tè e mi passò la tazza. Era cordiale e spontanea, come se avere un’ estraneo in casa non faceva alcuna differenza, anche se avevamo solo sette anni di differenza io ero pur sempre un’ estraneo ed ero in casa sua e lei era in vestaglia e spettinata.
Comunque se andava bene per lei, questo rendeva le cose più facili anche a me e mi sentivo meno imbarazzato. Mi chiese che programmi avessi e le dissi di voler fare un giro per ambientarmi e che sarei tornato verso sera. Avevo già pagato per la mia settimana che comprendeva la colazione e la cena la sera, a mezzogiorno mi dovevo arrangiare. Bray era una cittadina sul mare molto carina, casette in legno con tetto spiovente, tutte colorate. La giornata era bella, ma l’ aria era fresca. Decisi di scendere sul lungomare, che non è esattamente come una riviera mediterranea, ma comunque ha il suo fascino. Era così strutturato: mare, spiaggia, passeggiata, strada, marciapiede e locali, come da noi, c’ era anche il chiosco dei gelati. Era pieno di gente, ragazzi, famiglie con bambini, tutti contenti e spensierati a godersi un pallido sole che per loro era il massimo. Tutto era così bello da vedere e molto armonioso nel suo insieme. Così mi sono mischiato a loro, tra quella gente nuova. Ormai si era fatta l’ ora di pranzo cosi scelsi un pub a caso lungo la strada. Era molto grande, con la facciata di legno nero smaltato e grandi finestroni, davanti tavoli di legno pieni di gente di ogni tipo, chi parlava, chi beveva, chi mangiava, chi pensava o chi leggeva. L’ insegna riportava una scritta in Gaelico, la loro antica lingua. Entrai e mi sedetti ad un tavolo vicino alla finestra da cui potevo vedere tutto l’ interno. Era completamente fatto di legno e moquette in terra, luci soffuse e una fitta nebbiolina che mi ha avvolto portandomi in un’ atmosfera magica.
Sul tavolo c’ era il menù, un pieghevole lungo, stretto e plastificato, composto da quattro facciate. Sulla prima il nome del pub con sotto un disegno fatto a matita e acquarello della costa di Bray. L’ ho aperto e vi erano elencate le pietanze con nomi più o meno così:
-soup of the day
-lamb in casserole
-pork chop with herb sauce
-irish stuw
-steak with pepper souce
-tandori chicken with chips
-chicken curry with rice
...e via dicendo con altri nomi a me sconosciuti. Non sapevo cosa scegliere, mi sembravano tutti così impegnativi e lontani dai miei sapori. Ma voltando il menù mi accorsi della sezione dedicata ai sandwiches e tutto mi diventò più facile e mi tranquillizzai, potevo ordinare senza essere imbarazzato davanti alla cameriera, con la faccia di quello che non sà cosa stà ordinato e a che cosa stà andando incontro, e poi non sapevo pronunciare quei nomi, invece sandwiches lo sanno dire tutti. Così feci e tutto andò bene, senza intoppi. Attorno a me c’ era un’ atmosfera di festa e di allegria generale, tutti ridevano e parlavano. Non c’ era fretta, tutti assaporavano a pieno gusto ogni attimo che stavano vivendo, mi sentivo bene e a mio agio, incrociavo i loro sguardi e mi sentivo in armonia con loro. Questo è il primo impatto che ho avuto con lo spirito Irlandese.


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