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Libertà di Franco Nuccio Una lieve brezza spazzava piazza San Venceslao in quel mattino di fine aprile. Il cielo era terso, fulgido nel suo nitore. Mia madre Rachele se ne stava seduta su una panchina assorta nei suoi pensieri. Lo sguardo perso nel vuoto mentre dolcemente si passava una mano sul ventre. Era incinta. Aveva seguito mio padre impegnato a realizzare un servizio sulla “Primavera” di Praga che,timidamente, si stava facendo strada con i primi singulti. I suoi polmoni erano pregni di quell’aria eterea,irritante nella sua compostezza, leggiadra ma al contempo severa, orgogliosa. Era tutto così magico,come le sue speranze. Una folata di vento le fece volar via i suoi appunti scompigliandole i capelli. Si chinò a raccoglierli. Un senso di oppressione quasi la fece barcollare. Un presagio irrazionale la travolse, all’improvviso,come se quel refolo di vento fosse foriero di tristi presentimenti. Almeno così pensò, augurandosi che potesse scacciarli,restituendosi la gioia di quella vita che le cresceva in grembo. Respirò. Scalciai…… Mi rassicurò, amorevolmente. Va tutto bene, disse fra sé. Sopraggiunse mio padre e percepì il suo tedio. Si strinse a lui con tutta la forza di cui era capace e si avviarono verso il centro della città,uniti e complici,incoraggiata dal calore forte che scaturiva da quell’abbraccio. Passeggiarono mano nella mano su Ponte Carlo ammirando il paesaggio su entrambe le sponde della Moldava. L’atmosfera era incantevole e per un attimo i suoi turbamenti svanirono come un brutto sogno. I loro respiri si confondevano,le loro vite vasi comunicanti. Il sole tramontava colorando il cielo di un rossore etereo mentre le luci iniziavano ad avvolgere la città conferendole un aspetto irreale quanto rassicurante. L’aria era satura di magia. Per un attimo i suoi occhi brillarono di luce propria, osservando i gabbiani volteggiare, lasciandosi trasportare dal loro cinguettio come in una dolce melodia jazz di Gillespie. Il sogno finì brutalmente il 20 agosto, sei mesi dopo, in un bagno di sangue. Fu spezzato nella notte quando i sovietici, con forze immani, invasero il Paese. Tank dappertutto, determinati a ristabilire l’ordine ma anche la consapevolezza della fine. Anni dopo, mi raccontò questa storia, come se fosse una favola,affinchè fossi in grado di capire il senso della vita e del suo valore ma, soprattutto, che l’amore può palesarsi in quelle azioni che esprimono il nostro annullarsi nell’altro,anche con un gesto estremo. Arrivato in piazza San Venceslao li porsi ai piedi della
lapide. Ero lì,e mi strinsi nelle spalle serrando i pugni, raccolto
in segno di rispetto ed un senso di tristezza mi investì mentre
cercavo di immaginare con la mente ciò che era accaduto. Guardai
attorno alla ricerca della panchina dove fantasticavo fosse seduta mia
madre. La immaginavo giovane e bella, persa dietro ai suoi pensieri di
sognatrice. <- torna all'Archivio racconti |
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