Aeroporto di Eilat/Ovda, estremo sud di Israele, non lontano dal Golfo di Aqaba. L’aereo inizia la discesa, perdendo lentamente quota dopo l’annuncio del comandante; le immagini che si scorgono dagli oblò lasciano senza fiato. Un’immensa distesa desertica, un roccioso paesaggio lunare, il deserto del Negev si staglia all’orizzonte in tutta la sua sconfinata possenza. Per chilometri non una casa, un villaggio, quasi un mondo senza vita ma, nonostante tutto, affascinante.
Scivoliamo sulla pista, atterraggio senza sussulti, tranquillo come tutto il viaggio trascorso ad ascoltare i nostri pensieri, ad inseguire le nostre fantasie. Anche i nostri timori.
Ci avviamo verso il settore arrivi del minuscolo aeroporto e già li cominciamo a realizzare cosa significhi, davvero, convivere quotidianamente con la sindrome da accerchiamento,con la paura.
La percepiamo nei volti delle persone, dei giovani soldati a presidio di un obiettivo sensibile, negli occhi dei responsabili della sicurezza il cui sguardo sembra ostile. Già, giovani soldati, uomini e donne, privati della levità della loro età, pronti a sparare se necessario ma tormentati, vittime del loro stesso conflitto interiore. Nessun altro Paese ha le cicatrici di Israele e la consapevolezza che altre guerre potrebbero essere combattute, che altri amici saranno chiamati a sacrificarsi. Un’angoscia quotidiana ti accompagna rendendoti impotente. Per stemperare la tensione li osservai in uno dei loro rari momenti di allegria, fucile sulle ginocchia e sorrisi appena accennati. Immaginai ciò che poteva passargli per la testa in quegli istanti ossia l’attesa della tanto agognata licenza. Intorno a noi,la gente si affrettava veloce mentre agenti circondavano un bagaglio sospetto, incustodito, visibilmente tesi. Gli artificieri si avvicinano con fare circospetto, facendosi largo tra la gente e creando il vuoto attorno ad essi; muovevano le mani con una dovizia da far invidia ad un incisore, attenti ad evitare movimenti bruschi che sarebbero potuti risultare fatali mentre i cani annusano la valigia.
Falso allarme, era solo un bagaglio dimenticato.
Mostriamo i passaporti, una soldatessa dall’aspetto di bambina ci scruta, qualcosa non la convince. Credo di sapere cosa la preoccupi; Saffiyya è araba, seppur con passaporto italiano mentre il mio documento è tempestato di visti d’ingresso in svariati paesi mediorientali.
Basta questo per insospettirla e trattenerci per ulteriori accertamenti. Cerchiamo di mantenere la calma, di spiegare, nel tentativo di risultare convincenti. Dopo un’ora ci lasciano andare; Saffiyya aveva le lacrime agli occhi. Le avevano strappato dal collo la catenina con la mano di Fatima senza ragione,solo per un gratuito sopruso.
Ad attenderci troviamo Yoel e partiamo alla volta della Galilea attraversando il deserto. Dietro di noi una nuvola di polvere ci impregna i polmoni.
Maciniamo chilometri attraversando il Negev in direzione di Hebron, West Bank. La nuova Berlino come l’hanno prontamente ribattezzata a causa della costruzione di un muro grigio, territorio conteso da due popoli. Deputato alla sicurezza, in realtà confine di un nuovo ghetto.L’Autorità palestinese, nonostante formalmente insediata,a stento riusciva a controllare la rabbia di un popolo che, giorno dopo giorno, si sentiva privato della propria terra, della casa, ghettizzato dietro ad un muro che circondava anche le tombe dei Patriarchi.
Il chek point situato proprio al centro della cittadina.
Il suk ormai sigillato da cemento e filo spinato, le finestre delle case difese da ampie grate attraverso le quali osservare la vita, strade quasi sempre deserte con i bambini che scrutano i soldati maturando già in tenera età spirito di rivalsa. Probabilmente, tra loro sarebbero stati reclutati potenziali kamikaze facendo leva sulla disperazione e l’ignoranza. Intravidi la bancarella di un anziano signore, la kefiah sulla testa, fissata dall’immancabile cordoncino nero. Mi avvicinai alla mercanzia ed i miei occhi caddero su un ciondolo,simile a quello strappato a Saffiyya. Lo acquistai senza esitazione pagandolo uno sproposito, tra lo stupore del venditore. Lo rassicurai dicendogli che il resto poteva tenerlo e ci attardammo a scambiare due chiacchiere.
Ci invitò a casa sua per il pranzo. Arrivati davanti la sua casa, ci fece accomodare. Il giardino un cumulo di sporcizia, le pareti scrostate con crepe divaricanti.”Ecco” ci disse “questa è la nostra condizione. A volte non usciamo di casa per giorni fino a quando non ci resta nulla da mangiare ed allora siamo costretti a mettere a repentaglio la nostra incolumità. Entrano in casa, mettono a soqquadro tutto solo per umiliarci. Ormai, io e mia moglie siamo anziani, la vita ci ha provati e non desideriamo più nulla. Abbiamo ricevuto in dono, seppur nel quotidiano disagio, figli, ma il nostro pensiero va alle nuove generazioni. Prima dell’occupazione vivevamo decentemente, ora non abbiamo più nulla” concluse. Una famigliamutilata dell’identità, senza dubbio, ma con l’orgoglio che solo gente umile riesce a trasmetterti. “Se non ci si conosce, se non ci si accetta, la pacifica convivenza è e resterà un’illusione”. Si avvicinò ad un cassetto dal quale estrasse uno scritto di sua nipote, ormai adulta. “La vita è un alchimia, quando vieni al mondo non sai se con te sarà clemente. Il disprezzo, tuttavia, è qualcosa che ti tedia, ti addolora dal profondo quando pensi che la tua vita possa valere meno di nulla, quando si arrogano il diritto decidere al tuo posto. La privazione della libertà ti indigna ed è per questo che lotterò, a costo della mia stessa vita”.
Era entrata in clandestinità decisa ad intraprendere
la lotta armata, assetata di quel sangue che avrebbe potuto placare la
sua rabbia. Lo sdegno per la propria identità mortificata aveva
sortito l’effetto; il richiamo del sangue determinato le conseguenze.
*Pasquale Franco è un giornalista pubblicista
iscritto all’Ordine con tessera n. n.102530. Attualmente esercita l'attività
professionale per Confindustria Lazio. Collabora, pur risiedendo a Roma,
con testate giornalistiche locali (della provincia di Benevento) nonché
con “QualeImpresa” e “L’Imprenditore”, rispettivamente house organ dei
Giovani Imprenditori e della Piccola Industria di Confindustria e con
l’Ufficio Stampa della UIR. Nei ritagli di tempo si diletta a scrivere
racconti che riesce a realizzare traendo spunto dalla sua smisurata passione
per il viaggio, in particolare in Medio Oriente che ha visitato nella
sua interezza conoscendo realtà critiche. Spera, un giorno, di potersi
dedicare costantemente alla sua passione per il giornalismo e la letteratura.